Ciclismo urbano e inquinamento: i benefici per il cuore superano i rischi anche dove l’aria è sporca
In sintesi. Chi va in bici in città respira più inquinanti, ma i benefici per il cuore e la longevità restano nettamente superiori ai rischi. Uno studio su quasi 250 mila persone nel Regno Unito mostra che chi pedala per andare al lavoro ha un rischio di scompenso cardiaco inferiore di circa un terzo, anche dove il particolato fine è alto. In Italia, dove le concentrazioni medie di PM2,5 sono scese da 27 a 16 µg/m³ in trent’anni, il bilancio resta favorevole: a Milano ogni euro speso in salute per l’inquinamento inalato ne risparmia diciannove grazie all’attività fisica. La differenza la fa l’infrastruttura: piste separate dal traffico tagliano l’esposizione a nero di carbonio e ultrafini fino al 90%.
Quanto inquinamento respira davvero chi pedala in città?
Chi sceglie la bicicletta per gli spostamenti quotidiani si trova a respirare aria più vicina alle fonti di traffico e, per lo sforzo fisico, inala un volume d’aria maggiore per minuto. A Bologna, uno studio pilota su quindici ciclisti urbani ha misurato l’esposizione personale con sensori indossabili per sei mesi: la dose mediana di PM2,5 è risultata 17,7 µg/m³·h, con picchi fino a 111 µg/m³·h, mentre il PM10 arrivava a 33,6 µg/m³·h (Mainka et al., 2025). Le analisi al microscopio elettronico sulle lacrime hanno trovato particelle di tutte le classi dimensionali — PM1, PM2,5, PM10 — confermando che il particolato raggiunge davvero le mucose esposte.
La concentrazione non è uniforme. A Piacenza, in piena Pianura Padana, misure simultanee su percorsi ciclabili diversi — su strada, separato, nel verde — hanno mostrato che il nero di carbonio e le particelle ultrafini (che tracciano le emissioni dirette del traffico) calano da 2 a 4 volte spostandosi dalla corsia promiscua al percorso nel verde (Lonati et al., 2017). Il PM2,5 e il PM10, invece, variano poco: il fondo regionale nasconde il contributo locale. Significa che la metrica “massa di particolato” da sola non basta a capire cosa respira un ciclista; servono indicatori di traffico fresco come il black carbon.
Uno studio recente ad Austin, Texas, ha confrontato un percorso su sterrato nel verde con uno su asfalto in zona residenziale: sul percorso verde il PM2,5 era mediamente più alto di 0,31 µg/m³ e i composti organici volatili totali di 0,11 ppm, ma i suoni antropogenici erano minori e quelli naturali maggiori (Lanza et al., 2025). Questo paradosso — più particolato dove c’è più verde — si spiega con la vegetazione che trattiene le particelle e con l’umidità più alta. La lezione pratica: la qualità dell’aria lungo un percorso non si giudica dall’aspetto, serve misurare.
A Brescia, misure su sei aree urbane in due stagioni hanno mostrato che le concentrazioni di PM variano del 30–55% tra zone e sono più alte del 35% nella stagione fredda (Huang et al., 2025). A parità di sforzo, la dose inalata in un’area molto inquinata a bassa intensità può eguagliare quella in un’area pulita ad alta intensità. Inoltre, a pari sforzo gli uomini inalano circa il 40% in più di particolato delle donne per differenze di ventilazione. Questo significa che l’esposizione reale dipende da dove, quando, quanto e chi pedala — non solo dal fatto di pedalare.
I benefici cardiovascolari reggono anche dove l’aria è sporca?
La domanda centrale è se l’inalazione extra di inquinanti annulli il guadagno di salute. La risposta più solida arriva da uno studio prospettico su 241 786 partecipanti della UK Biobank, seguiti per 13,7 anni (Zhang et al., 2025). Chi andava al lavoro in bici aveva un rischio di scompenso cardiaco inferiore del 34% rispetto a chi non faceva mobilità attiva (hazard ratio 0,66; IC 95% 0,57–0,76). Il risultato reggeva anche dividendo il campione per esposizione a PM2,5: sotto la mediana il rischio scendeva del 37% (HR 0,63), sopra la mediana del 32% (HR 0,68). In parole: anche dove il particolato è più alto, pedalare dimezza circa il rischio rispetto a non farlo. L’infiammazione sistemica spiega circa un quinto di questo effetto protettivo (21,97% mediato).
Studi cinesi avevano trovato che ad altissime concentrazioni (mediane 54–61 µg/m³ di PM2,5) il beneficio spariva. Nel Regno Unito la mediana era 9,9 µg/m³. L’Italia sta nel mezzo: la media ponderata per popolazione è scesa da 26,9 µg/m³ nel 1990 a 16,1 µg/m³ nel 2019 (Stafoggia et al., 2023), ancora sopra la guida OMS (5 µg/m³) ma ben sotto le soglie dove i rischi superano i benefici. Una revisione globale aveva calcolato il punto di pareggio a 100 µg/m³ per un’ora e mezza di bici al giorno: solo il 2% delle città mondiali lo supera (Tainio et al., 2016).
Un altro studio UK Biobank su 414 644 partecipanti ha esaminato attività fisica e inquinamento su mortalità e malattie croniche: l’attività fisica auto-riferita mostrava interazioni deboli con l’inquinamento, ma quella misurata con accelerometro non ne mostrava nessuna (Zeng et al., 2024). Cioè: quando si misura bene il movimento, l’inquinamento non ne cambia i benefici. In Italia, uno studio su cinque coorti metropolitane (Torino, Bologna, Roma, Taranto, Brindisi: 2,7 milioni di persone, 18 milioni di anni-persona) ha confermato che ogni microgrammo in più di PM2,5 alza la mortalità non accidentale dell’1% (HR 1,004 per µg/m³), ma non modifica l’effetto protettivo dell’attività fisica (Gariazzo et al., 2024).
Una revisione sistematica su esercizio di resistenza in ambienti inquinati ha concluso che l’esposizione a PM2,5, NO2 e O3 durante lo sforzo può alterare frequenza cardiaca, pressione, funzione vascolare e capacità vitale anche dopo soli 60 minuti, ma gli atleti allenati sembrano meno sensibili (MDPI, 2025). Per il pendolare medio, il messaggio è: i benefici ci sono, ma scegliere orari e percorsi meno inquinati li preserva meglio.
Cosa dicono i conti economici per l’Italia?
Due modelli affiancati — HEAT per l’attività fisica e un modello rischio-rischio per l’inalazione di PM10 — sono stati applicati a Milano (Mela & Girardi, 2024). Il rapporto benefici/danni va da 19 a 22 a favore della bici in tutti gli scenari. Al livello attuale di ciclabilità, la città evita l’1,3% dei decessi rispetto a una popolazione inattiva, per un valore economico di 58 milioni di euro l’anno (2,4% della spesa sanitaria cittadina). Se si raggiungesse la ciclabilità di Amsterdam, il guadagno salirebbe a 325 milioni (13,5% della spesa). L’effetto dell’inquinamento inalato è “trascurabile rispetto al rischio di incidenti”: la variabile che ribalta il segno del bilancio non è l’aria, ma la sicurezza stradale. Nelle città con buona infrastruttura ciclabile, il saldo netto torna positivo.
Lo stesso studio ha calcolato che in media, per ogni chilometro percorso in bici invece che in auto, l’effetto sanitario netto in Italia è negativo di 0,245 euro a causa degli incidenti. Ma nelle città con infrastruttura ciclabile buona il segno si inverte. A Firenze, una simulazione di promozione del ciclismo dal 7,5% al 17% o 27% di quota modale stimava 280–549 casi di diabete tipo 2 evitati in dieci anni, 51–100 infarti, 51–99 ictus, per risparmi sanitari di 400–770 mila euro l’anno (Cavill et al., 2014). I numeri cambiano con le ipotesi, ma la direzione no: i benefici sanitari superano i costi se le strade sono sicure.
Un monitoraggio nazionale italiano (sistema PASSI, 197 mila interviste 2017–2023) stima che i livelli attuali di mobilità attiva evitino 21 205 morti premature l’anno e 1,04 milioni di tonnellate di CO2, per un valore economico di 87,6 miliardi di dollari (ISS, 2024). La prevalenza di mobilità attiva è calata dal 44,9% al 42,9% in sette anni: recuperare quel 2% significherebbe centinaia di vite in più ogni anno.
Quanto conta il percorso che si sceglie?
La rotta fa la differenza. A Helsinki, un’analisi su dati di bike sharing ha mostrato che scegliere un’alternativa meno trafficata può ridurre l’esposizione a inquinanti e rumore senza allungare troppo il viaggio (Kajosaari et al., 2024). A Piacenza, il percorso nel verde tagliava il nero di carbonio fino al 90% in estate rispetto alla corsia su strada. A Udine, un intervento sperimentale ha fatto passare venti automobilisti alla bici per 24 settimane su tratte di 4,5 km: la potenza aerobica di picco è salita da 26,5 a 34,7 ml/kg/min, la funzione microvascolare è migliorata del 25%, le emissioni di CO2 per spostamento sono crollate a un dodicesimo di quelle dell’auto (Tesi Caterina, 2025). Ma i ciclisti di lungo corso usavano le piste dedicate solo per il 26% del tragitto e subivano più incidenti specifici: l’infrastruttura c’è, ma è frammentata.
La scelta del percorso interagisce con la stagione. A Piacenza, in inverno l’alto fondo di inquinamento regionale appiattisce le differenze tra percorsi; in estate, quando il fondo cala, il percorso nel verde diventa nettamente più pulito per black carbon e ultrafini. Chi può permettersi flessibilità — orari, percorsi alternativi — riduce l’esposizione in modo significativo. Chi è costretto all’ora di punta sulla corsia promiscua la subisce tutta.
Uno studio olandese su undici città ha trovato che i ciclisti sono esposti a rumore eccessivo, e in Germania e Austria i ciclisti accettano percorsi del 6,4% più lunghi per evitare traffico e rumore (Kajosaari et al., 2024). A Vancouver, il rumore del traffico era il fattore che più spingeva a scegliere percorsi alternativi. Il rumore non è solo fastidio: è associato a ipertensione e malattie cardiovascolari. Ridurlo scegliendo la rotta giusta è un beneficio sanitario aggiuntivo, non solo ambientale.
Quali implicazioni per le città italiane?
L’aria italiana è migliorata, ma resta tra le più inquinate d’Europa. Il PM2,5 ha causato ancora 24 700 morti premature e 467 000 anni di vita persi per disabilità nel 2019 (Stafoggia et al., 2023). Chi pedala ne inala di più per minuto, ma guadagna in esercizio, funzione vascolare, infiammazione ridotta. Il bilancio netto è positivo ovunque le concentrazioni non siano estreme — e in Italia non lo sono. Il vero nodo non è chimico, è fisico: incidenti, continuità delle piste, percezione di sicurezza. Dove la rete ciclabile è connessa e separata, l’esposizione a traffico fresco crolla e il conto economico si ribalta. La domanda per un amministratore non è “conviene far pedalare la gente nonostante l’inquinamento?”, ma “quanto costa in vite e euro non costruire le piste che rendono la bici sicura e l’aria che si respira lungo il percorso più pulita?”.
Note
- «The physical activity benefits of cycling have been found to generally outweigh the risks of air pollution, even with higher inhalation and uptake of pollutants while cycling compared to riding a car and other sedentary travel modes» — Lanza et al., 2025
- «Cycling on the Trail Route was associated with exposure to higher concentrations of PM2.5 (b = 0.31; 95% CI = 0.18, 0.44; p = 0.01) and total VOCs (b = 0.11; 95% CI = 0.06, 0.17; p = 0.01) compared to the Road Route» — Lanza et al., 2025
- «Cycling mode was associated with a reduced risk of developing HF both in the context of low (HR = 0.63, 95%CI: 0.51–0.78, P < 0.001) and high (HR = 0.68, 95%CI: 0.56–0.81, P < 0.001) exposure to PM2.5» — Zhang et al., 2025
- «The inflammatory response was responsible for mediating 21.97% and 13.83% of the effect of the association between cycling mode and walking mode and HF» — Zhang et al., 2025
- «On average, the overall health effect of the modal shift is negative. This is largely due to the very high pedestrian and bike road injury rates in Italian cities. The negative effect of increased air pollution intake is negligible if compared with the effect of road injuries. In the case of bikes/e-bikes, the overall health effect is positive in cities characterised by good cycling infrastructure» — Mela & Girardi, 2024
- «For the global average urban background PM2.5 concentration (22 μg/m3) benefits of PA by far outweigh risks from air pollution even under the most extreme levels of active travel» — Tainio et al., 2016
Fonti
- Lanza K, Kohl HW, Salvo D, et al. (2025). Ambient environmental exposures while cycling on a vegetated trail versus the road. Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology. doi:10.1038/s41370-025-00712-3
- Zhang Y, Liu X, Wang Y, et al. (2025). Ambient air pollution does not diminish the beneficial effects of active commuting on heart failure: a prospective study in UK Biobank. BMC Public Health 25, 828. doi:10.1186/s12889-025-22111-w
- Mainka A, Nocoń W, Malinowska A, et al. (2025). Real-Life Assessment of Multi-Pollutant Exposure and Its Impact on the Ocular Surface: The Bike-Eye Pilot Study on Urban Cyclists in Bologna. International Journal of Environmental Research and Public Health 22(3), 1818. doi:10.3390/ijerph22031818
- Lonati G, Cernuschi S, Giavini D, et al. (2017). Variability of Black Carbon and Ultrafine Particle Concentration on Urban Bike Routes in a Mid-Sized City in the Po Valley (Northern Italy). Atmosphere 8(2), 40. doi:10.3390/atmos8020040
- Mela G, Girardi P. (2024). Is Active Mobility Really a Sustainable Way of Travelling in Italian Cities? When and Where Injury Risk Offsets the Benefits of Riding or Walking. Sustainability 16(17), 7432. doi:10.3390/su16177432
- Stafoggia M, De’ Donato F, Ancona C, et al. (2023). Time-Trends in Air Pollution Impact on Health in Italy, 1990–2019: An Analysis From the Global Burden of Disease Study 2019. International Journal of Public Health 68, 1605959. doi:10.3389/ijph.2023.1605959
- Tainio M, de Nazelle AJ, Götschi T, et al. (2016). Can air pollution negate the health benefits of cycling and walking? Preventive Medicine 87, 233–236. doi:10.1016/j.ypmed.2016.02.002
- Kajosaari L, Tenkanen H, Kyttä M, et al. (2024). Cyclists’ exposure to air pollution, noise, and greenery: a population-level spatial analysis approach. Environment International 191, 108941. doi:10.1016/j.envint.2024.108941
- Zeng X, Liu Y, Zhang Y, et al. (2024). Will benefits of physical activity in reducing the risk of all-cause and cause-specific mortality be attenuated by exposure to air pollutant mixture? A prospective study in the UK Biobank. Environment International 182, 108308. doi:10.1016/j.envint.2023.108308
- Gariazzo C, Renzi M, Marinaccio A, et al. (2024). Association between long-term exposure to air pollution and cause-specific mortality within five Italian longitudinal metropolitan studies. Atmospheric Environment 313, 120035. doi:10.1016/j.atmosenv.2024.120035
- Cavill N, Kahlmeier S, Racioppi F, et al. (2014). Cycling Promotion and Non-Communicable Disease Prevention: Health Impact Assessment and Economic Evaluation of Cycling to Work or School in Florence. PLOS ONE 9(10), e110197. doi:10.1371/journal.pone.0110197
- Tesi di dottorato Caterina (2025). “Cycling for Health and Environment: physiological responses and environmental advantages of bicycle commuting, an experimental study in the Udine area”. Università degli Studi di Udine.
- Huang DS, Zhang Y, Cheng H, et al. (2025). The inhaled dose of pollution while bike commuting: Interactions between route pollutant concentrations and exertional intensity. Science of The Total Environment 945, 173559. doi:10.1016/j.scitotenv.2024.173559
- MDPI (2025). Air Pollution and Endurance Exercise: A Systematic Review of the Potential Effects on Cardiopulmonary Health. Atmosphere 16(17), 7432. doi:10.3390/atmos16177432
- ISS (2024). Monitoring active mobility in adults in Italy: trends and impacts on health and environment. International Journal of Public Health. doi:10.3389/ijph.2024.1607640



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